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Addio Catherine Spaak, la sua Roma da Mille e una notte in un’intervista esclusiva

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«Sopra piazza del Popolo vendevano palloncini colorati. Tutti i giorni ne compravo uno, esprimevo un desiderio e poi lo lasciavo volare. Ero molto bambina… Prenda la crostata, l’ho fatta io ieri in campagna…». Quel giorno di Dicembre 1993, negli studi televisivi dove lavorava al suo programma Harem, vero salotto-cult in onda il sabato notte su Raitre dal 1988 al 2002, Catherine Spaak aveva riservato un momento di pausa accettando di raccontare il suo legame fortissimo con Roma che oggi, a venti quattro ore dalla sua scomparsa a 77 anni, avvenuta proprio nella Capitale, val la pena ricordare.

 

Morta Catherine Spaak, aveva 77 anni. Cinema italiano in cordoglio

 

L’attrice francese di origine belga aveva 48 anni ed era radiosa: Harem, di cui era pure autrice, andava alla grande, e in quei giorni aveva presentato la sua autobiografia Da me. Bellissima, fisico da modella, camicia di seta e pantaloni bianchi, offrì con garbo una fetta di crostata che aveva preparato per la redazione. Erano gia passati trentatrè anni dal suo 1º incontro con la Capitale: «Arrivai una sera di marzo del 1960 all’aeroporto di Ciampino, mi aspettava il regista Alberto Lattuada per il provino del film I dolci inganni. Avevo 15 anni, non conoscevo una parola d’italiano ed ero molto intimidita». La passione per i palloncini le e rimasta pure dopo, e difatti ha continuato pure da grande a comprarli, sebbene si rammaricava di ritrovare «palloncini sempre più brutti, di plastica pesante e dimensioni enormi».

 

Catherine Spaak, com’e morta l’attrice. La sorella Agnes: «E stato un lungo calvario»

 

Della Roma che la accolse negli Anni Sessanta, Catherine Spaak restò gradevolmente colpita pure «dal teatrino con le marionette al Pincio, la casetta di legno con il siparietto, il burattinaio e i ragazzini seduti sulle panche, proprio come a Parigi, e da quei grandi taxi verdi e neri con un predellino nella parte interna che permetteva al viaggiatore di allungare le gambe: indimenticabili quei taxi». A soli 16 anni decise di stabilirsi a Roma e non se n’e mai pentita, mai avuto alcun ripensamento perché, sottolineava, «qui mi sono sentita a casa fin dal 1º momento, mai avuta la sensazione di trovarmi all’estero, pure quando non parlavo l’italiano. Che, ad ogni modo, imparai in sei mesi».

 

La brava, versatile e fascinosa Spaak sognava, pensava e parlava in italiano, «la mia lingua», con due sole eccezioni: fiori e verdure le sognava e pensava in francese, confessava ridendoci su. Roma era la sua abitazione, il centro storico il suo «osservatorio privilegiato». Abitava in una deliziosa casa con terrazzo nel rione Parione, quasi dinnanzi a Castel Sant’Angelo: «Il rione per me e indispensable, e una specie di città dove tutti si conoscono e dove capitano cose divertenti. Come la vecchietta che alloggia dinnanzi a me e cala il cestino per fare la spesa che ordina al negozio di sotto urlando in romanesco. E un clan, ci si protegge a vicenda».

 

 

Romana di adozione ma non di indole: «Al contrario dei romani, sono ansiosa. Mi faccio venire forti sensi di colpa se non sono preparata esattamente. I romani sono schietti ma oltretutto pigri, amanti della pace, adorano la pennichella, rifiutano stress e angosce e non soffrono la mancanza di potere. La loro lentezza mi rilassa e il romanesco mi diverte». Un grande amore, quello tra Catherine Spaak e Roma, parolacce e smog a parte: «C’e una parolaccia che mi disturba in modo particolare, ha a che fare con i deceduti, ed e quasi sempre pronunciata dai romani. I toscani attaccano direttamente in alto, i romani invece se la prendono con i familiari defunti. E poi non sopporto traffico, rumore e gas di scarico. Per fare una passeggiata mi rifugio in campagna, non lontana però: a soli quarantacinque minuti da Roma».

 

Un idillio da fiaba, concretamente: «Roma e le Mille e una notte, e Aladino con la sua lampada, ha una luce molto africana e i suoi ocra e rosa ricordano i dolci molto zuccherati del Marocco». E mentre del maschio romano l’attrice apprezzava «la natura semplice, veramente pane al pane e vino al vino», delle romane sottolineava «la complessità, dietro a un’apparenza solare, e oltretutto la grande femminilità. Nessuno l’ha espressa così tanto. Le romane sono segrete e profonde». E, da regina di Harem, confessava: «Magari avessi potuto avere Anna Magnani, superbo esemplare di romana e di romanità».

: Lunedì 18 Aprile 2022, 18:15


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