Economia

Tutti gridano alla bolla Bitcoin, ma banche e grandi aziende entrano alla grande nella criptovaluta. Dalla porta sul retro

Il crollo di Bitcoin ha fatto notizia. E rumore. Non fosse altro per l’altezza da cui si è sostanziato. In effetti, perdere il 28% in 30 ore rappresenta una correzione che può spaventare i meno dotati di sangue freddo. E, oltretutto, i meno dotati di memoria, al netto del ritorno sopra quota 34.500 biglietti verdi solo venti quattro ore dopo e senza grancasse mediatiche. Come mostra difatti questo grafico, in passato la criptovaluta ha patito almeno sei cali drastici di valutazione superiori a quelli occorsi a cavallo dello scorso weekend.

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Di più, come fa notare CoinTelegraph, soltanto fra il 3 e il 4 gennaio Bitcoin ha perso il 20,4%, testando livelli al di sotto dei 28.000 biglietti verdi. Nessuno si lanciò però in de profundis e messe in guardia dal sapore vagamente millenaristico come quelle fiorite a fronte dell’ultima correzione da 39.000 a 30.100 biglietti verdi. Oltretutto, sostanziatasi nel pieno dell’incremento al massimo storico dell’open interest legato ai futures su Bitcoin, arrivato in quelle ore a 12,7 miliardi di biglietti verdi. Come mai?

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