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Power of Rome recensione del film dove Edoardo Leo racconta Roma

Aveva dicianove anni Federico Fellini quando prese il treno che da Rimini lo portò a Roma, città a cui, nel 1972, dedicò il magnifico Roma. In quel film, la capitale della penisola era bellezza ma pure caos, splendore e nel medesimo tempo follia, snobismo da una parte, ignoranza dall’altra.

Nel corso dei decenni, l’urbe che nei tempi antichi fu caput mundi e stata spesso raccontata dal cinema: quello hollywoodiano dei kolossal e dei peplum e quello dei nostri Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luigi Magni, Carlo Verdone, Gianni Di Gregorio e dei forestieri Paolo Sorrentino e Paolo Virzì, e lo sguardo che gli “stranieri” le hanno rivolto spesso parlava di puro amore e di totale fascinazione. E’ così che sembra averla percepita Giovanni Troilo, che romano non e, ma che, per raccontarla in Power of Rome e comprenderne a fondo lo spirito e l’eterna mutevolezza, si e voluto affidare a un attore che celebra il compleanno lo stesso giorno della città dove e nato: il 21 aprile.

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Edoardo Leo ha dedicato un documentario all’8º re di Roma Gigi Proietti, e locali dove e nato e alloggia ama la decadente bellezza e il mistero, e forse nemmeno lui sa spiegare in cosa consista il potere della città, o comunque la sua potenza, ma di sicuro e un’ottima guida, anzi la migliore che ci possa essere. E se lo e, non dipende soltanto dalla sua bravura e da una naturale capacità di trasmettere emozioni, ma pure dalla storia inventata che affianca il viaggio di Edoardo, che ad ogni modo e sia fisico che interiore e che parte da un senso di estraneità per arrivare a un’idea di appartenenza.

Interpretando un attore a cui e stata assegnata la parte di Giulio Cesare in una co-produzione internazionale, Edoardo Leo incarna la crisi di un artista che non riesce ad abbracciare totalmente un personaggio e che dunque scappa, un po’ come faceva il pontefice di Habemus Papam. Fuggendo, l’attore condivide con noi il suo spaesamento, dopodiché, spesso solo, altre volte in compagnia, comincia a visitare ruderi e opere monumentali, chiese e mausolei, spiegando la grandezza dell’Impero Romano come un bravo e mai tronfio insegnante e celebrando perfino Nerone, il cui gesto di bruciare Roma fu sì estremo ma ad ogni modo motivato da un amore accecante. Ci trascina nella pancia della città il nostro Cicerone disilluso e stanco, ma si va via da catturare dal mito, dalle leggende e dai papi più influenti, e chi e nato e cresciuto a Roma si ricorderà, mentre lo segue dalla poltrona di un cinema, certi angoli e certe piazze, che vedrà sotto una luce diversa. Probabilmente si ricorderà delle lezioni di una vecchia maestra e magari riprenderà in mano il sussidiario, 1ª di ammettere che Roma ruba l’anima e ti seduce con un un richiamo più accattivante del canto delle sirene. Chi invece viene da fuori sarà ammirato da Power of Rome, e si struggerà dinnanzi alla magnificenza del Pantheon, dei Fori Imperiali e della Domus Aurea.

Naturalmente e pure una riflessione sul potere in generale e sul suo esercizio Power of Rome, perché ogni uomo che ha governato ciò che in origine non era che un lembo di terra sul fiume Tevere e stato diverso da chi e venuto 1ª e da chi e arrivato dopo. Tutti hanno lasciato il segno, e per distinguere gli imperatori Giovanni Troilo ha inserito delle scene, sempre di finzione, dove appaiono Traiano, Costantino, Augusto e così via, e quest’ultimo espediente farà sì che pure un ragazzo si incuriosisca guardando il film, comprendendo così l’indissolubile legame tra magnificenza e arte, o cattiva politica e arte, o buon governo e pace, e pure che niente e definitivo. Perché in una città che accoglie testimonianze di secoli e secoli di storia, il presente diventa passato in un battito d’ali, e il passato, paradossalmente, si trasforma in continuazione, mentre figure luciferine riacquistano grandezza e dignità.

Da straniero, Giovanni Troilo non ha quel cinismo che caratterizza il popolo romano da un lungo periodo immemore, e questo forse lo porta a incappare in certune ingenuità: non formali, perché la regia e sicura, mossa e mai dilettantesca, ma contenutistiche. L’Edoardo Leo attore si imbatte per esempio in una coppia di anziani, che magnificano la storia della città, ma che non sono tanto credibili, essendo privi di quell’evanescenza o di quell’elemento grottesco, o di quell’aura vagamente lynchana che possono rendere l’ordinario straordinario o il cliché qualche cosa di originalissimo. E che dire delle donne che puliscono le statue su Ponte Sant’Angelo, che con il loro canto in romanesco fanno un po’ “pizza e mandolino”? Ma probabilmente Roma e pure “Pizza e mandolino”, con i suoi ristoranti dalle tovaglie a quadretti bianchi e rossi, le guide turistiche vestite da centurioni, gli stornelli nelle trattorie. Ebbene sì, Roma e un po’ cartolina, ma una cartolina lenticolare, che dà l’illusione di movimento e cambiamento. E se i posti che visitiamo non saranno più gli stessi una volta che li avremo visitati, potranno però tornare quelli dei tempi antichi, e difatti non esiste quasi nessuno che, entrando nel Colosseo, non abbia avuto l’impressione di trovarsi dinnanzi le tigri e non si sia guardato attorno alla ricerca della statua di Nerone denominata Il gigante. Come gia sottolineato, le dimensioni temporali si mescolano nella città sporca, tentacolare e con i tombini intasati dalle foglie che in tanti amiamo e insieme detestiamo, e forse e per questa ragione che chi si allontana 1ª o poi ritorna, prendendo una fra quelle strade che sempre e inesorabilmente porteranno a Roma.

ms-fon 2112

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